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Chi l'avrebbe mai detto che Cesare Giulio Viola, l'autore di Pricò, il romanzo breve da cui fu tratto I bambini ci guardano, sarebbe scomparso in una maniera così beffarda? Gettatosi all'indietro sulla
"chaise longue" della sua casa di Positano batté il capo e morì. Era il 1958 e quel "suicidio involontario" rimase impresso nella memoria di mio padre a lungo come sinonimo di tragica fatalità... Il film, del 1943, è l'ultima perla di una collana di
"alta maniera" iniziata con Rose scarlatte nel 1940 e, nel contempo, per la sua forte componente di autenticità (si pensi soltanto alla cura nella descrizione dei comportamenti), una sorta di prodromo alla futura stagione neorealista. Narra la storia di Pricò, un bambino di sette anni, appartenente ad una famiglia piccolo-borghese, straziato dalla incompatibilità coniugale dei suoi genitori. Nina, la madre, è coinvolta in un'agitata relazione con un altro uomo mentre Andrea, il padre, persona debole e conformista, dopo inutili tentativi di recuperare l'unione familiare, confinerà il figlio in un collegio ponendo fine, subito dopo, alla sua esistenza. Quando la mamma, per farsi perdonare, tenterà di riportare il piccolo a casa, questi la rinnegherà optando per una vita da orfano. Raccontato così, in poche righe, sembrerebbe una languida e lacrimevole storia d'appendice. Siamo al cospetto, invece, di uno dei più profondi saggi sulla sensibilità infantile a contatto con il mondo degli adulti. In un'Italia formale e moralistica (si pensi al dittico di regime Noi vivi-Addio Kira, realizzato un anno prima da Goffredo Alessandrini, a cui fu apposto un severo divieto per il semplice fatto che la sua protagonista, Alida Valli, decideva di mettersi a passeggiare per una Pietrogrado notturna popolata da prostitute, marinai e soldati della Guardia Rossa), il film attraversò varie spiacevoli vicissitudini come quella di costringere mio padre a girare due finali: quello del rifiuto da parte del piccolo Pricò di riabbracciare la madre e, al contrario, quello della loro riconciliazione. Definito dalla stampa del tempo un film di genere drammatico-moderno (quell'astratto secondo attributo rivela una certa ottusa perplessità generata tra i suoi contemporanei), fu molto osteggiato dal regime fascista per il suo contenuto anti-borghese; il nome di papà rischiò di saltare dai titoli di testa e ciò sarebbe accaduto anche per una sorta di rivalsa da parte della Repubblica di Salò nei suoi confronti. Due anni prima, nel 1941, il ministro Mezzasoma aveva deciso di
"trasferire" alcuni artisti da Roma a Venezia: nella lista figurava anche il nome di De Sica. Grazie all'aiuto di mia madre, l'attrice Maria Mercader, a quei tempi molto più affermata di lui e detentrice, quindi, di poteri decisionali sul produttore, egli poté evitare la deportazione realizzando, all'interno della Basilica di S. Paolo di Roma, La porta del cielo. Sempre dallo scorrere dei titoli di testa emerge, affiancato ad altri cinque co-sceneggiatori, il nome di Cesare Zavattini. (Za definiva quelle adunate di scrittori "ammucchiate di carattere sceneggiatoriale - italiano"). E suo il titolo del film così come la stesura definitiva della sceneggiatura.
Rileggendo il romanzo scritto da Viola nel 1924, un'opera crepuscolare tra le più sensibili dell'epoca, viene subito da pensare alle modifiche che l'adattamento cinematografico apportò al romanzo sottraendo, come spesso accade, il senso soggettivo della narrazione e, ad un tempo, facendo riflettere sulle varianti che, sovente, intercorrono fra letteratura e cinema. Nel
film, per esempio, si avverte la sessualità degli adulti girare intorno ad un inerme e sorpreso Pricò (la mamma "con quella sua bocca umida balenante di bianchi denti
" e le sue amiche "nel calore della seta dei loro abiti"); alcune parti, come la scena madre dell'interrogatorio fra padre e figlio, erano già quasi perfettamente dialogate da Viola, proprio come ascoltiamo nel film; la località balneare, costellata da alberghi, fu ambientata ad Alassio aderentemente alla descrizione letteraria (il Grand Hotel Mediterranée fu lo stesso dove, nel 1925, Hitchcock girò alcune sequenze del suo primo film,The Pleasure Garden).
I bambini ci guardano segna l'exploit, nel ruolo paterno, di Emilio Cigoli, divenuto in seguito uno dei più grandi doppiatori del nostro cinema (la sua voce timbrata e severa omologò quella dei
"duri" John Wayne e Jean Gabin, nonché il sadico-carezzevole timbro del sempre rimpianto amico Vincent Price). Anche De Ambrosis, in seguito, passò al doppiaggio. Aveva cinque anni quando debuttò nel film e aveva perso la madre da un anno...
Fu semplice, quindi, riuscire ad ottenere da lui le scene maggiormente emotive.
Il soprannome Pricò era, secondo l'autore del romanzo, il diminutivo
"francesizzato" di precoce, una facoltà che ritengo non si debba attribuire soltanto al protagonista ma all'intero film così frequentemente pervaso di scene che anticipano letteralmente i tempi a venire: la disperazione di Roberto, l'amante di Nina, interpretato da Adriano Rimoldi e tratteggiato nella sua dolorosa, inarrestabile passione, al punto da liberare il personaggio dallo stato di colpa in cui altri cineasti dell'epoca e qualche americano di oggi lo avrebbero, certamente, relegato; una provocante e melanconica Isa Pola nella parte di Nina; la riunione di condominio dove una suprema Tecla Scarano, nel ruolo della pettegola signora Resta, dichiara che "l'ascensore è anche discensore..."; la scena dello scambio di sberleffi tra bocciofili nella sala ristorante della pensione risolta in un unico piano-sequenza; l'incubo di Pricò in cui, alla maniera del cinema nordico, si mescolano vorticosamente le marionette, il volto della nonna e tanti altri simboli in un turbinio di affascinante e minacciosa surrealtà; l'audacia del dialogo di Gigi Sbarlani, il pariolino snob che tenta di
"agganciare" Nina elogiando le doti del suo cane anche in amore; e ancora: la suspense del piccolo in cammino sulle rotaie verso un treno in arrivo a tutta velocità, la confessione estortagli dal padre, il forte contrasto del dolore di quest'ultimo nel leggere la lettera d'addio della moglie con il sottofondo della canzone di Maramao; infine, l'urlo disperato, tremendo di Pricò, estrema invocazione contro la definitiva, tragica separazione dal padre, ripreso dall'occhio di De Sica in questa scena, come durante l'intero film,
"a perfetta altezza di bambino".
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