Pricò, così era intitolato il romanzo di Cesare Giulio Viola quando uscì, nel 1924, per le edizioni Mondadori. 
La terza edizione dell'aprile 1943 aveva come sottotitolo: I bambini ci guardano, in riferimento al film che Vittorio De Sica aveva tratto dal libro. 
Pricò è la storia di un bambino sventurato, unico figlio di una coppia piccolo borghese (padre impiegato e madre casalinga) che assiste alla rovina della sua infanzia dovuta alla passione sciagurata della madre per un tale Arturo, passione che indurrà la madre ad andarsene di casa e il padre ad uccidersi, dopo aver internato il figlio in un collegio di preti. Pricò non sa spiegarsi razionalmente il comportamento dei genitori, lo subisce, è un testimone muto, ma, come tutti i bambini sensibili e riflessivi, intuisce ogni cosa, prevede e paventa la sciagura che non tarderà a venire. 
Cerca anche, in modo inadeguato, di opporsi al proprio destino che, inutile dire, non riesce a modificare. La madre, una bella donna di ventotto anni, amorevole e tenera con lui, già alla fine del primo capitolo è fuggita di casa con il suo bellimbusto lasciandolo solo con il padre, nell'angoscia e nello sgomento. 
Pricò viene affidato prima a una zia e poi alla nonna paterna che l'accoglie malvolentieri; altre disavventure perseguitano il piccolo e costringono il padre a riprenderlo con sé. Quanta letteratura sulle madri adultere che accorrono al capezzale del figlio, Anna Karenina in primis! Il bambino si ammala gravemente: giorni e giorni senza conoscenza, accorre la madre al suo capezzale, avvertita di nascosto dalla vecchia donna di servizio. In una delle sue visite il padre la sorprende, vorrebbe cacciarla, ma alla fine cede per amore del figlio e la riprende con sé. 
Per un po' di tempo le cose vanno bene, il bambino è felice per la vicinanza della madre, tutto sembra poter tornare come prima, quando Arturo, l'amante temporaneamente respinto, irrompe in casa. Grida, suppliche, svenimenti: si riaprono tutte le vecchie ferite. Nel frattempo il padre, ignaro degli ultimi accadimenti, ha organizzato una vacanza al mare per la convalescenza del piccolo, la felice occasione sembra portare di nuovo la pace in famiglia. Pricò ritrova l'allegria e la salute: può nuotare, pescare con il babbo, giocare con altri bambini, ma, quando il padre è costretto a tornare in città per il lavoro, tutto si guasta repentinamente. La madre lo trascura per divertirsi e andare a ballare con gli amici e per stare con l'amante che improvvisamente si è rifatto vivo. 
Il piccolo fugge, vuole raggiungere il padre, ma viene ripreso. 
Quando tornano in città la madre abbandona di nuovo la famiglia e questa volta per sempre. Il padre porta Pricò in un collegio di preti e poi si uccide. La madre accorre, è vestita di nero, in ginocchio e singhiozzando gli chiede perdono per poi nuovamente sparire nel nulla. 
"Eppoi s'incontrano uomini che a vent'anni pare n'abbiano cento". Con questa frase lapidaria termina il romanzo. 
Prico' appartiene a tutto diritto alla letteratura popolare dell'epoca (Il piccolo vetraio, Incompreso, Il piccolo spazzacamino etc., etc). 
Bambino buono, sensibile, bisognoso di affetto, attaccatissimo alla madre e proprio da lei tradito. Lui vorrebbe esserle sempre legato alle gonne, ma la mamma, la mamma non capisce questa sua pena". E' un bambino a modo, desideroso di ordine e di disciplina. 
"Non seguirla al bagno, al caffè, agli alberghi dove si balla, fra tutta quella gente odiosa: con un sonno per le ossa, che è quasi una pena... ".  
"Ah! Lui dirà tutto al babbo, quando tornerà in città, perché il babbo ha detto partendo: - Ti raccomando di farlo stare al sole, al mare, ti raccomando. 
E lui se lo ricorda. E quando il babbo saprà che lui non ha fatto il bagno, il babbo punirà la mamma". E' piccolo e indifeso ma pieno di coraggio. 
"E' rimasto fermo a guardare tutti i viaggiatori che chiedevano il biglietto, ad uno sportellino, ed avrebbe voluto anche lui chiedere il biglietto, ma quello sportellino, donde si scorgeva la testa di un signore, era così alto, e lui a levarsi su la punta dei piedi non ce l'avrebbe fatta". "Mamma! mamma! mamma! - Ah, quel piccolo grido. - Mamma! Mamma! 
E nessuno lo guarda, nessuno gli parla, nessuno sa che lui stasera morirà per la strada, come quel misero spazzacamino, che morì sotto la neve, perché non sapeva più ritrovare la via della sua casa".  Come un piccolo uomo sopporta i colpi che gli riserva il destino. 
"Ah! Disperazione! Ah! grido che in fondo alle viscere e pare che gli spezzi le vene, dentro, e non può rompere nel petto, nella gola, e sta come un coltello infisso nel mezzo del cuore".  La madre è una piccola Bovary che fatica a districarsi tra i suoi bisogni vitalistici e la mentalità benpensante e opprimente dell'epoca. 
"Capirai che la vita, così, s'è fatta intollerabile: io riconosco le mie colpe ma le sconto a caro prezzo... Non posso, certo ribellarmi: non mi resta che a curvare il capo e tacere... Ho perduto il senso della casa... Tutti l'abbiamo perduto... Anche mio marito si è isolato in una indifferenza e in una ostinazione, giuste sì, ma che comportano il sacrifizio d'una intera famiglia... '. 
E' animata da modeste ambizioni: possedere un collo di pelliccia, andare al cinema, a ballare.  "E la mamma s'arresta spesso a spiare, per le finestre aperte dei saloni illuminati, i signori che ballano al suono delle orchestrino: passano rapidi uomini e donne abbracciati. La mamma pare incantata". 
Si ribella al grigiore monotono della sua esistenza in modo goffo e velleitario. 
"Voi non mi conoscete: dovete imparare ancora a conoscermi... Per fortuna pochi giorni ancora, e poi è finita anche questa villeggiatura... Bel divertimento: da una parte tuo padre mi ha portato in giro legata al guinzaglio, dall'altra tu, dacché lui è partito non fai che tenermi il broncio... E tutta la mia vita, ormai, è così: fra due cani da guardia... " 
Il padre corrisponde alla perfezione a un cliché dell'epoca che lo vuole buono, onesto, lavoratore, vittima designata di una moglie frivola e egoista. 
"Ripeto: io sono stato la bestia da soma e non altro... E lo dico dinanzi al mio figlio perché lo sappia e non lo dimentichi mai più nella vita: sappia che la sua mamma è tornata, un giorno, per lui, solamente per lui: e che questo disgraziato ha permesso che rimanesse in questa casa, per lui, solamente per lui... ". 
Uno sprovveduto lettore dell'epoca poteva facilmente identificarsi in Pricò e nel padre e considerare la madre donna futile e riprovevole. Oggi il personaggio che risulta più "comprensibile" è proprio la madre per i suoi tentativi di ribellione e di fuga dalla cupezza e dal grigiore: da un marito depresso e vittimista, e da un figlio ansioso e assillante che la invocava di continuo. 
Per dir meglio, troppe mamme e troppi punti esclamativi escono dalla penna dello scrittore per farci partecipare completamente alle pene di Pricò. 
Ma va considerato il clima culturale degli anni in cui il romanzo è stato scritto, clima tardo romantico, crepuscolare, e fortemente provinciale, fatte, inutile dire, le dovute eccezioni. Nel 1921 viene rappresentata la commedia di Pirandello Sei personaggi in cerca di autore, sempre nel '21 esce il Canzoniere di Saba, nel 1923 Svevo pubblica la Coscienza di Zeno, solo per fare alcuni esempi. 
Va detto inoltre che Cesare Giulio Viola era soprattutto autore di testi teatrali e trasferisce, quindi, nel romanzo alcuni elementi strutturali del teatro borghese: battute d'attesa, colpi di scena, artifici stilistici che incontrano ampiamente il gusto dell'epoca. La sua prosa è semplice, elementare, una prosa del quotidiano che cela, dietro ad un piglio ironico e scanzonato, una garbata malinconia. 
Lo stupore dello sguardo, il tono dimesso e lieve, il periodare chiaro e discorsivo ben si adattano a rappresentare il mondo ingenuo e fantasioso di un bambino e Cesare Giulio Viola si fa bambino nello scrivere il romanzo, si identifica totalmente in Pricò e per questo riesce a restituirci il mondo dell'infanzia visto proprio dalla parte dell'infanzia: stessa meraviglia, stessa apprensività, stessa immaginazione. 
Per l'attenta osservazione della vita, per come il contingente, la cronaca sono colti nella loro realtà, per la definizione degli ambienti e per la verosimiglianza delle situazioni, il romanzo risulta un documento psicologico e sociale di quegli anni. Alcune intuizioni poetiche sorprendono e restituiscono dignità al racconto: Pricò che non riesce a fare il biglietto del treno perché lo sportello è tanto più alto di lui o il padre che se lo porta a letto con sé quando è preso dalla disperazione per l'abbandono definitivo della moglie. 
Tra il romanzo di C.G. Viola e il film di De Sica pochi i punti in comune: la trama (con qualche variante), e certo sentimentalismo melodrammatico che nel romanzo è protagonista e che De Sica riesce a controllare, anche se non del tutto, e l'idea di descrivere il mondo degli adulti visto con gli occhi di un bambino. Idea originale e seducente la cui paternità va attribuita interamente a Cesare Giulio Viola. Già la soluzione di trasferire la storia agli anni in cui il film è stato girato, vale a dire al periodo della guerra, rende il racconto più emblematico e significativo: il grigiore, la tristezza, l'oppressione che ci sono nel film sono anche la crisi e la fine dei valori di una determinata società. 
Ma è sul piano delle immagini, soprattutto, che De Sica recupera le sue qualità stilistiche trasformando una banale storia in una storia di solitudine e di non comunicazione.  La descrizione degli interni, le figure di contorno, l'azzardo di certe prospettive, spostano l'attenzione dalla insignificante trama a una raffigurazione poetica e visionario. De Sica gira per le strade, nei cortili, nei giardini con un'attenzione e un amore per il reale che anticipa il grande cinema italiano dell'immediato dopoguerra. 
Il laboratorio di sartoria, i giochi di prestigio nel grande albergo, le donne che spettegolano per le scale, sono scene narrate con accenti realistici ma poi trasfigurate dallo stupore e dall'innocenza di un immaginario sguardo infantile. 
I momenti di maggiore tensione emotiva sono segnalati da ampie vedute, insolite prospettive, inquadrature a distanza; valga per tutte l'ultima: Pricò che si allontana solo per l'esteso cortile del collegio, straordinaria metafora della solitudine e della vita. Con I bambini ci guardano De Sica riesce a raccontare il delicato passaggio dall'infanzia al mondo adulto, dal fiducioso abbandono alla cognizione dell'inganno e del dolore che l'esistenza può celare. Questo stesso tema con altre valenze e più ampio respiro sarà presente nei suoi due successivi capolavori, Sciuscià e Ladri di biciclette. 




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